venerdì 18 marzo 2016

Innocenza, Vimala Thakar


L'innocenza è il profumo della maturità. Noi parliamo di innocenza in rapporto al bambino, ma il bambino è un essere umano completo e la complessità di quella vita umana dentro di lui non si è ancora sviluppata. Quando si arriva alla semplicità, attraverso la complessità della vita, c'è l'innocenza. Dopo aver visto l'intera struttura mentale e dopo avere imparato a usarla con competenza quando far uso della mente è giustificato, quando ci si lascia andare al non usare, c'è l'innocenza. L'innocenza è il respiro della vita, quando si vive nella totalità senza dimenticarne un solo aspetto.
...
Sta di fatto però che voltare le spalle alla ragione, alla razionalità, all'intelletto, voltare le spalle alla conoscenza, non è la via all'innocenza. Fuggire dalla complessità della vita non è la via alla maturità. Dovremo servirci della mente, dovremo servirci della complessità, dovremo servirci dell'io-coscienza, dell'ego; in questo mondo fatto dall'uomo, fra scienza e tecnologia, bisogna servirsi della conoscenza. Bisognerà acquisire certe capacità e conoscenze per mantenersi e mantenere la famiglia.
Perciò, acquisisco una conoscenza funzionale alle mie responsabilità e al mio modo di vivere. Acquisisco conoscenza, senza ricorrere a un'autorità. Leggo dei libri, ma dove non capisco, lì mi fermo. Acquisisco conoscenza, acquisisco esperienza ma non ricorro a un'autorità. Sto bene attenta a vedere se comprendo quello che leggo, quello che ascolto. Perché una conoscenza senza una comprensione, anche di tipo intellettuale, una conoscenza non compresa, non digerita, diventa sicuramente un veleno. Mi procurerà molti mali, molte malattie. Perciò acquisisco la conoscenza che mi serve a mantenermi, a mantenere al mia famiglia, certe capacità, certe conoscenze, in armonia con le mie attitudini. E in questo caso userò la mente; dove servirsi della mente e della conoscenza è giustificato, me ne servirò.
Ma sarò consapevole dei limiti dell'intelletto, dei limiti della conoscenza; e sarò consapevole che c'è una dimensione, negli eventi, nei rapporti della vita, in cui la conoscenza, l'intelletto, le idee non sono di nessun aiuto. Perciò sarò aperta e vulnerabile, e in quella dimensione mi lascerò andare al non sapere, per esempio rispetto alla dimensione della morte, che è parte della nostra vita. Non indulgerò alle teorie; sapete la teorie induista, buddhista, islamica o cristiana. Non indulgerò alle teorie sulla morte o sulla reincarnazione. Non cercherò di gratificare l'io e il suo desiderio di preservare un'identità con l'aiuto delle teorie. Non farò altro che lasciarmi andare a dire: "Non so. La morte è un mistero." Non so neppure come fa un filo d'erba a spuntare ferendo la dura superficie della terra, quel tenero filo d'erba, però è là. Così mi devo rendere conto che devo vivere una vita che è un mistero, di cui solo una piccola parte è nota all'uomo grazie alle idee e ai concetti.
Quindi, la consapevolezza dell'intero mistero della vita mi porta allo stato dell'innocenza, a essere nello stato del non sapere, a essere vulnerabile agli eventi della vita, a essere aperta. E questo porta all'innocenza. Allora nei rapporti umani non sarò ansiosa di imporre le mie opinioni e i miei giudizi agli altri, di giudicarli. Il mio desiderio è essere aperta, imparare, guardare l'altra persona. Non dicendo: "Conosco perfettamente mio marito, è fatto così". Così sono chiusa e ostile alla vita. Perché gli esseri umani hanno una straordinaria capacità di cambiare, di crescere. Noi conosciamo solo una piccola parte di noi stessi e degli altri. Chi siamo per giudicarli in blocco o condannarli, o criticarli? Perciò, si accetta il non sapere che è dentro di noi e il mistero che ci circonda. Vedete questa è l'umiltà. Questa è l'innocenza.

Il mistero del silenzio, Vimala Thakar

martedì 1 marzo 2016

La percezione del reale, Nathalie Delay



 Appunti da un incontro con Nathalie Delay 

Quando vai direttamente alla fonte tutte le formulazioni perdono di interesse. L'unico interesse è la fonte.
 In un corpo che non vuole niente, la respirazione è come se avesse dello spazio per espandersi.
 Prendersi il rischio di non essere nessuno è qualcosa di enorme perché scopri che la vita non ha bisogno di te. E' il massimo dono. L'unico rischio che corri è di morire per diventare vivo veramente.

Mi devo chiedere "cosa succede nel mio corpo quando non lascio vivere una sensazione?"
"Qual è la credenza che c'è lì sotto?". Devo scoprire come funziona il mio sistema di difesa, come si traduce a livello mentale (credenza) o fisico (rigidità).
Appena diventa difficile, appena sento la difesa, lì è interessante indagare, lì dove c'è la sofferenza. Interrogare le proprie mancanze "è proprio vero che mi manca qualcosa?"


L'argomento principale del discorso mentale è "me". Sentire fino a che punto è ripetitivo, poco creativo. Vedere che dopo un avvenimento sono totalmente presa dal mio pensiero, completamente allontanata dal reale, vedere che non sono nel reale.
Vedi un fiore emozione di pura bellezza al primo sguardo. Poi accade che afferro l'emozione "io sto provando questa emozione", creo il fiore come oggetto separato, lo paragono...
Se si è molto attenti nel primo sguardo la persona non c'è, non c'è il fiore, c'è solo la bellezza. Ciò è insopportabile per la persona. Non crearsi ma restare nella visione della bellezza, dell'ascolto, in quel momento non c'è il pensiero. Arrivare a vedere quel pensiero che ruba tutta la mia attenzione (che) è lì per mantenere questa persona che credo di essere, è un meccanismo di sopravvivenza di quella persona. Comprensione di questo modo malato di appropriarsi di tutto.
Per avviare questo spazio quando c'è una percezione, un'emozione ...non fare niente. Indietreggio nella presenza che è lì continuamente, non afferro niente, non creo niente, è il silenzio.
Non puoi crearlo puoi caderci dentro quando non hai più bisogno di crearti. A quel punto cadi nel silenzio che è quello che sei in essenza. Il silenzio è quello che sei, è il midollo del tuo essere, non puoi essere più vicino di così.
Nella natura non nomino, cerco di fare esperienza della visione: la percezione del reale.
Il bisogno di separazione crea il bisogno di pensare.
Esercizio: 
scrivere i discorsi interiori - senza censura - 
rileggerli - senza giudizio

Accedere a informazioni dirette nel momento in qualsiasi situazione. Essere semplicemente presenti, capire come funziona, tutto lì, niente da fare. Non c'è da cambiare l'ego, ma vedere cosa c'è alle radici di questo ego, qual è l'essenza. L'ego utilizza quell'essenza per esistere.
Qualità di visione, qualità di ascolto.
Qual è l'origine di tutto ciò che sembra apparentemente separato?